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Twyla Tharp
di Elisa Guzzo Vaccarino
Molti la considerano la più grande coreografa del suo (nostro) tempo. E lo pensa anche lei. In sessant’anni di carriera ha creato più di cento coreografie di tutti i generi e nelle tecniche più diverse, per il teatro, il musical, il cinema, la TV. Artista raffinata ma pronta a tutte le sfide, richiesta e applaudita in tutto il mondo, spesso discussa negli USA. Una personalità inconfondibile ma multiforme, altera e pop al tempo stesso.
La Biennale Danza di Venezia le conferisce quest’anno il Leone d’Oro alla Carriera
La prima della classe in tutto; la prima artista colta e sofisticata a trionfare buttandosi nella mischia del feroce mercato statunitense, mixando cultura alta e bassa, elitaria e pop, senza pregiudizi; la prima a parlare di sé con la sua voce senza mediazioni; la ragazza controcorrente, refrattaria ai meccanismi giornalistici delle interviste di vario tipo, ha scalato tutte le vette possibili del sistema di spettacolo USA nel crogiolo newyorkese con grinta esemplare, impavidamente, partendo da un retroterra insospettabile – è nata in una famiglia quacchera basata nell’Indiana.
La sua scuola di vita è stata il cinema “drive in” che i genitori gestivano a Rialto, in California, insieme con la sorella minore e i fratelli gemelli.
La sua formazione professionale, dopo le lezioni di balletto con Beatrice Collenette, protegéé americana di Anna Pavlova e allieva di Enrico Cecchetti, il maestro italiano dei Ballets Russes, è avvenuta al più alto livello della danza moderna nella Grande Mela: Martha Graham, Alwin Nikolais, Merce Cunningham, Paul Taylor, nella compagnia del quale danzò per sei anni. A parte questo, ha assaggiato di tutto e ha sempre voluto sperimentarsi in qualunque danza.
Twyla si sente subito – ed è – artista di talento, non al modo sacerdotale della sua maestra Graham, ma altrettanto sicura di sé e ben presto forte di un consenso generale – salvo qualche insuccesso incassato senza colpo ferire – in scena, in TV, al cinema, nel musical con le star e con i suoi performers d’elezione, in quella complicità che viene dal cuore e dalla mente.
84 anni d’età, più di cento coreografie, quattro musicals a Broadway, sei film a Hollywood al suo attivo, senza contare i suoi contributi allo sport, in particolare al pattinaggio artistico, Twyla Tharp riceve ora dal direttore della Biennale Danza di Venezia, Wayne McGregor il Leone d’Oro alla carriera, dopo aver riscosso a suo tempo anche i più prestigiosi premi americani, Emmy e Tony.
A Venezia porta Diabelli, un pezzo del 1998 sulle Variazioni su un tema di Diabelli di Beethoven e Slacktide, novità su Aguas da Amazonia di Philip Glass, uno dei suoi musicisti più familiari.
Assertiva, ha detto di sé: «Sono diventata la più grande coreografa del mio tempo; era il mio compito ed è ciò che ho cercato di fare».
Superba? Ruvida? Carattere difficile? È ciò che si dice spesso e volentieri di una donna che ha carattere; di sicuro la Tharp ha grande personalità e autostima da vendere, come risulta chiaro anche dai suoi libri, su temi quali coltivare la creatività e usarla pure nella vita e su “come migliorare la capacità di collaborare, in cinque lezioni”. Lo spirito è quello della manualistica all’americana, delle guide pratiche in spirito positivo, su qualsiasi aspetto dell’esistenza umana. Sulla copertina del suo ultimo testo Keep it Moving, Lessons for the Rest of your Life (2019) Twyla, occhiali, jeans, sneakers e caschetto di capelli (adesso bianchi), è appesa alla sbarra, come d’abitudine.
Twyla e la creazione
L’ardita giovane coreografa, autrice subito notata di un pezzo “postmodern” esemplare come Tank Dive, minimalista e in silenzio, nel 1965 fonda la sua Twyla Tharp Dance – valorizzando, anche in questo caso prima tra molti che lo faranno in seguito, la personalità creativa dei più fidi danzatori – che dal 1971 al 1988, quando si fuse con l’American Ballet Theatre allora diretto da Mikhail Baryshnikov, girò il mondo intero.
Nella sua prima fase di slancio creativo, spicca il rigoroso, strutturatissimo The Fugue del 1970, sulla percussione matematicamente esatta dei piedi, per sole donne (fatto poi proprio dal Ballet de Lorraine per soli uomini). Poi, una meraviglia di logica impeccabile, il suo Deuce Coupe del 1973 per il Joffrey Ballet sulla musica dei Beach Boys, fece immediatamente scalpore. Montato su invito del co-direttore e coreografo residente Gerald Arpino – che era rimasto impressionato dal successo di The Bix Pieces costruito dalla Tharp sui temi jazz di Bix Beiderbecke – segnò una tappa di svolta nella danza “seria” al modo statunitense, tra arte e mercato.
Deuce Coupe – il titolo si riferisce a un leggendario modello “diabolico” di motore Ford degli anni ‘30 – spicca come il primo caso di “crossover ballet”, ibridazione riuscita di modern dance, movimenti quotidiani, maniere jazz e tecnica accademica. I tre quarti della compagnia non vollero, salvo pentirsene poi, lavorare nella chiave disinvolta (jerk, swim, monkey) che veniva proposta dalla Tharp; un mondo ignoto, uno stile e un’estetica inediti e rischiosi, con giovani graffitisti intenti a disegnare le scene su rotoloni di carta, quindi in forme diverse a ogni recita. Il pezzo inizia da una ballerina in bianco sulle punte per introdurre poi tutt’altro, rompendo il tetto di cristallo tra danza classica e contemporanea e danza “leggera” d’intrattenimento.
Nello stesso 1973 per il Joffrey Ballet è anche As Time goes by, su musica di Haydn (che diventerà, arricchito, The Illustrated Farewell per il Royal Ballet di Londra); un titolo che evoca per tutti la famosa canzone del finale di Casablanca, il film di culto con Ingrid Bergman e Humphrey Bogart.
Baker’s Dozen ovvero l’abbondanza – il panettiere del titolo regala volentieri un biscotto in più rispetto ai 12 ordinati dai clienti – sulla musica del pianista afroamericano Willie “the Lion” Smith è un altro dei pezzi forti che hanno fatto apprezzare nel mondo l’approccio alla danza libero e ameno, con vaghi cenni folk, dei lavori della Tharp più amabile.
Twyla e Misha
In questo sapiente solco anticonformista nasce tre anni dopo Push comes to shove (ovvero, i nodi vengono al pettine - si arriva al dunque) su musica di Haydn e Joseph Lamb, celebre compositore di ragtime, per l’American Ballet Theatre, con al centro Mikhail Baryshnikov, divo russo a New York, sotto i riflettori dell’abile light designer Jennifer Tipton e nei costumi disegnati da Santo Loquasto. Nomi che oggi sono storia.
Misha “l’americano” è ormai del tutto a suo agio nel buon umore delle linee ‘swinganti’ fuori asse di Twyla, ma non senza le sue strepitose serie di giri e nel ruolo del capriccioso seduttore conteso tra due belle – un tocco di ironia offre l’occasione intanto al corpo di ballo femminile di far mostra di annoiarsi a ripetere sempre le stesse routine –, abbigliato con bombetta e pantaloni morbidi di luccicante satin. Niente gli è impossibile, volendo provare ogni cosa nel paese di tutte le opportunità; e con la spigolosa coreografa venuta nella Grande Mela dalla remota provincia c’è un’intesa speciale.
Un capolavoro
Nel 1986 per il proprio gruppo la Tharp crea Untitled, poi re-intitolato In the Upper Room, alludendo a una stanza iperuranica per danze beate, su musica originale di Philip Glass; si è rivelato subito e resta un capolavoro che riassume la sua maestria ideativa coreografica, tecnica, emozionale, giocando con il bianco e il rosso, con le punte e le scarpe da tennis. In the Upper Room, balletto senza trama, è entrato in repertorio all’American Ballet Theatre, al Royal Winnipeg Ballet, in Inghilterra al Birmingham Royal Ballet, in diverse compagnie americane e all’Australian Ballet ed è stato visto nelle tournées a Parigi, in Italia e in mezzo mondo.
Ancora sul fronte cosiddetto “easy” e però di gran classe, ecco nel 1982 Nine Sinatra Songs sui balli di sala – per sette coppie in differenti stadi delle loro storie sentimentali – irresistibile, nei costumi anni ’50 di Oscar De La Renta e con i tacchi per le ballerine. Queste canzoni ballate “à la Tharp” sono entrate in repertorio di tante compagnie; e nell’interpretazione dell’American Ballet Theatre, che è stata filmata (DVD Kultur), brilla ancora Baryshnikov, elegante, romantico, malandrino, litigioso, beffardo, che volteggia persino masticando chewing-gum, al top del suo ingegno poliedrico, con sublime leggerezza.
Twyla, la TV e il cinema
In anni nei quali alcuni coreografi europei disdegnavano la scatola della tv, la Tharp ha offerto al grande pubblico del piccolo schermo le sue perle, intelligenti e accattivanti.
Eight Jelly Rolls, registrato e diffuso dalla BBC nel 1974 e poi negli USA su PBS, mette in discussione – parole della coreografa – ciò che “le donne possono o meno fare”, con Twyla stessa e le sue danzatrici in scarpette da jazz dance e pettorina bianca, farfallino e pantaloni neri da smoking, a spalle nude, impegnate in mosse “non femminili” pescando anche nel tap, che la Tharp stessa aveva praticato (come pure il twirling), e guardando già fino all’hip hop.
Nel programma Baryshnikov by Tharp, trasmesso nel 1984 sulla rete newyorkese WNET/Thirteen, un formidabile Misha con l’American Ballet Theatre è consegnato alla memoria in tre lavori di Twyla Tharp: The Little Ballet, Sinatra Suite con Elaine Kudo, e Push Comes to Shove.
Sulla rete PBS nel 2021 va in onda Twyla Moves con una sfilata di stars: Benjamin Buza, Misty Copeland, Herman Cornejo, Kaitlyn Gilliland, Maria Khoreva, Charlie Neshyba-Hodges.
Nel 1979 il film Hair di Milos Forman punta sulle coreografie di Twyla Tharp, così come poi altre due pellicole di successo, Ragtime e Amadeus, dello stesso regista. E non si può dimenticare il film di successo White Nights del 1985, in chiave antisovietica, protagonisti Baryshnikov e il super tapper Gregory Hines, con il contributo della Tharp accanto al regista Taylor Hackford.
Twyla e David
L’enigmatico e un po’ folle The Catherine Wheel, del 1981, allude a un tipo di fuoco di artificio rotante ma anche al martirio della ruota per Santa Caterina, ovvero alle spine della vita familiare ordinaria; nato nel 1981 per la TV esiste in DVD Warner-Kultur e si trova su YouTube; unisce le forze inventive della Tharp e di David Byrne, musicista acclamato, writer, artista visuale, film-maker, capo della mitica band New Age dei Talking Heads. In questa extravaganza alla moda dell’epoca non potevano mancare la motion capture e il sintetizzatore acustico, ma neppure un bizzarro ananas gigante, simbolo tradizionale di ospitalità ma anche icona di bomba distruttiva; il Kansas City Ballet lo inscena nel 2006 col titolo The Catherine Wheel Suite. La sezione centrale di questo eccentrico lavoro verrà fatta propria dalla compagnia di Alvin Ailey nello stesso anno.
Twyla, Boadway e il musical
Singin’ in the Rain, musical teatrale tratto dal famoso film del 1952 con Gene Kelly, dopo la prima versione scenica del 1983 a Londra, arrivò a Broadway nel 1985 con le coreografie della Tharp; le recensioni non furono tenere: sul New York Times questa versione fu giudicata come “a pleasent but innocuous matinee”, danzata però con esuberanza.
Movin’out del 2000, definito un “musical jukebox” su brani del cantautore Billy Joel, campione di vendite USA, tratta della generazione cresciuta negli anni della disastrosa guerra del Vietnam; qui chi danza non canta, diversamente dall’uso consueto del musical; è piuttosto un “rock ballet” politico di nuova formula, che suscita commenti alterni. La trama sui conflitti nella vita di un circo, si dice, non ha a che vedere con i temi delle canzoni; il debutto a Chicago non è fortunato; a New York l’accoglienza è migliore e prelude a un tour di tre anni e all’approdo al West End di Londra e anche in Giappone. The Times They Are A-Changin, dal titolo di una canzone anni ‘60 di Bob Dylan, va in scena a Broadway nel 2006; ha l’appoggio del cantautore stesso, ma le recensioni sono piuttosto controverse.
Va meglio a Come Fly with me sulle canzoni di Frank Sinatra nel 2009, giudicato giubilante ed estroverso e accolto con buon gradimento. Funziona anche Sinatra dance with me, che debutta nel 2010 a Las Vegas, tempio del divertimento, ambientato in una sala da ballo Art Déco “per coppie in amore in una notte al profumo di gin”. Si sa che le leggi del musical sono spietate, ma la coraggiosa Twyla non si ritrae dalla sfida, vada come vada.
Twyla al top e iperattiva
Nel 1991 Twyla Tharp rimette in piedi una sua compagnia-fondazione, immaginando e disegnando danze per il nuovo gruppo, ma riceve anche costantemente inviti a coreografare per altre compagnie di valore.
Va in scena lei stessa con Kevin O’Day in Men’s Piece, crea Octet e monta Grand Pas: Rythms of the Saints all’Opéra di Parigi per Isabelle Guérin e Patrick Dupond, che indossano la stessa camicia fantasia.
L’anno dopo esce la sua autobiografia senza peli sulla lingua, Push Comes to Show e debutta Sextet per un manipolo di étoiles parigine.
Nel 1993 la Tharp inventa un magnifico solo-ritratto dell’amico “maturo” Baryshnikov, Pergolesi, per il suo White Oak Dance Project riservato a danzatori di grande esperienza e mette in scena Demeter and Persephone, donne in conflitto, per la Martha Graham Dance Company; Americans we del 1995 è invece per l’ABT.
Dal 1996 il suo gruppo si chiama “Tharp!” ma negli anni successivi lei è impegnata a sfornare balletti per compagnie di mezzo mondo, senza mai fermarsi.
Curiosa a tutto campo, non teme di guardare a Cuba, grande “nemica” degli USA, con Yemayá, su musica di Rubén Gozález, tamburi batá e temi dei famosi anziani del Buena Vista Social Club.
Diabelli (Beethoven), ora riproposto a Venezia, debutta a Palermo – quando la compagnia è in tournée. Seguono nel portfolio dell’instancabile Twyla molti brani su musica classica: Grosse Sonate su Beethoven, The Beethoven Seventh per il New York City Ballet, The Brahms-Haydn Variations per l’ABT a New York, Mozart Clarinet Quintet K. 581 e Preludes and Fugues su Bach per il suo gruppo, Hammerklavier ancora su Beethoven, The Ballet Master su Vivaldi e Simeon ten Holt (compositore olandese del 900), fino a All In su Brahms (New York, City Center, 2021).
Ma la Tharp non si smentisce e gioca anche con l’american jazz in Yowzie per il Joyce Theater nel 2015 e poi con la canzone europea in Brel.
Nel 2016 affronta un monumento musicale globale in Beethoven Opus 130; nel 2017 danza ancora lei stessa in Entr’Acte, e monta Ghostcatcher per l’ABT, su Brahms.
Nel 2020 Four Zooms si presenta in un’ampia tournée con un cast che comprende, tra gli altri, Misty Copeland, Herman Cornejo, Maria Khoreva; nel 2021 monta Cornbread, pane al mais, su musica al femminile di Rhiannon Giddens, protagonisti Tiler Peck e Roman Mejia.
Super Twyla
La ragazza di provincia dal carattere difficile, la scorbutica Tharp, è diventata un brand consolidato, ed è di fatto ormai obbligata ad essere geniale e a contropelo, non atteggiata a divina nei suoi pepli come la maestra Graham, ma non per questo meno potente e resistente, e non meno combattiva nel suo essere sempre la stessa artista scontrosa e sorprendente.
L’inconfondibile Tharp comporta una obbligatoria “eccellenza” su tutti i fronti.
Si può contare a colpo quasi sempre sicuro sul suo saper fare comprovato, sul suo gusto, sul suo personaggio, sulla sua abilità nel rivisitare i propri successi e magari insuccessi, sul suo glamour nell’allestimento scenico, nelle luci, nei costumi, e sulla sua versatilità.
Si può vederla agire alla pari con le stelle del balletto classico, con quelle della musica pop colta come Dylan e Byrne, con i grandi minimalisti Glass e Riley, con i grandi registi. È un nome “sicuro”, anche quando il suo lavoro risulta controverso. E lei sa tenere testa a chiunque abbia qualcosa da ridire.
Venezia, cuore del Vecchio Mondo, cerniera tra Est e Ovest, la chiama a sé per confermare tutto il suo genio venuto dal cuore dell’America, al tempo già d’oro del fulgore della terra nuova e immensa dei sogni.
Elisa Guzzo Vaccarino
BALLET2000 n. 300 - Estate 2025
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