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Martha Graham

Martha Graham, la lunga ombra della divina  

di Roger Salas

Ci sono influenze, nelle arti, che vanno valutate sul lungo periodo, misurandone l’importanza in base all’impronta che hanno lasciato e al modo in cui si proiettano nel futuro. Oggi osserviamo il balletto e la danza contemporanei e possiamo chiederci dove si trova la lunga ombra di Martha Graham (1894-1991) e se il tempo le abbia reso giustizia.
La scorsa primavera, la compagnia di Martha Graham è stata in tournée in Europa. L’ho appena vista a Madrid e, naturalmente, sono riaffiorati molti ricordi ed esperienze. Ancora oggi, c’è qualcosa di religioso quando ci sediamo in teatro per assistere a una coreografia della Graham, come accade anche di fronte a lavori di Paul Taylor, di Alvin Ailey o di Merce Cunningham, per citare altri tre grandi nomi della danza americana del Novecento. Martha Graham è al vertice di quel Parnaso fatto di grattacieli, hot dog e piedi scalzi.
La compagnia di Martha Graham, a 34 anni dalla morte della fondatrice, è di formato molto più modesto rispetto a quella che ricordiamo quando l’intero ensemble entrava in scena in Acts of Light e gli accordi della Helios Overture di Nielsen ci sembravano salvifici quanto altri mai. Ma almeno continua ad esistere e lavorare; altre compagnie, come quella di Cunningham, sono scomparse dopo la morte del fondatore. Ed è questo forse il destino naturale e finale di ciò che si definisce “compagnia d’autore”.
Alla quarta Biennale della Danza di Lione (1990) vedemmo 11 balletti di Graham mentre la madre fondatrice, la grande sacerdotessa, era ormai allo stremo.
Come osservò allora l’autorevole critica americana Anna Kisselgoff, Graham era senza paragoni la più grande creatrice di immagini della storia della danza.
. Le conversazioni con lei sono state questo per me, immagini. Ogni sua frase era un’evocazione, l’apertura di un sistema interpretativo della vita: “La personalità interiore dell’essere umano esce all’aperto nella danza”. Diceva così guardandoti negli occhi. Questa era Martha Graham.
A Lione vidi tutti i suoi pezzi in programma, ma fu soprattutto dopo Acts of Light che restai inchiodato alla poltrona, come aspettando ancora. Lì ebbi la mia ‘epifania’ con lo stile Graham, il suo messaggio, la sua danza.
Nel mio caso, il contatto diretto era stato piuttosto tardivo: vidi la compagnia dal vivo per la prima volta nel 1982, poi ancora in quel decennio in diverse città e festival, fino al 1992, quando arrivarono a Siviglia con l’opera incompiuta di Martha: The Eyes of the Goddess (Gli occhi della dea). Lei era morta l’anno prima.
La incontrai personalmente in tre occasioni: la prima volta nel 1986, quando la compagnia si esibì in varie città spagnole; poi tra il 1988 e il 1990 a New York, mentre già si preparava la sua creazione commissionata per l’Esposizione Universale di Siviglia del 1992; ma Martha morì nel 1991. Quanto era avanzata la creazione al momento della sua morte? Si poteva presentare al pubblico? Ci furono molte discussioni. Non eravamo davanti a una Turandot manifestamente incompiuta da Puccini o a un’Incompiuta di Schubert, e nemmeno alla Atlántida di Manuel de Falla. La coreografia è un altro mondo. E si andò avanti con lo spettacolo annunciato, si debuttò; ma The Eyes of the Goddess è ormai quasi dimenticato.
Sei anni prima, alla conferenza stampa di Martha Graham a Madrid, lei fu espansiva ed entusiasta di essere in Spagna (amava García Lorca e Goya, aveva creato un balletto sulla Guerra Civile Spagnola). Quasi novantaduenne nel giugno del 1986, era ancora lucida. Fu allora che le feci una lunga intervista, le cui risposte acquistano valore con il tempo, rileggendole oggi. Una delle prime frasi pronunciate pubblicamente l’aveva già anticipata davanti al mio registratore: «Solo il cambiamento è eterno». E aggiunse: «Assecondiamone la forza e la verità”. E poiché nulla è immobile, non lo sono nemmeno la danza e le sue stesse coreografie: «Non lo nego, vedo alcuni miei lavori di 20 o 30 anni fa e, pur riconoscendone i meriti, sento il desiderio di cambiarli, provo un’inquietudine, e lo considero normale. Le opere vanno mantenute come sono state concepite, nel rispetto del loro tempo e delle circostanze originarie, ma la mente dell’artista non si ferma. Non amo tornare indietro – e dopo una pausa di silenzio – quando lo faccio, vuol dire che qualcosa non va».
In quell’occasione, sia durante la visita in Spagna sia in seguito, al momento di quell’ultima creazione, ebbe un ruolo centrale Ron Protas (braccio destro di Graham e suo uomo di fiducia ed erede – e lei lo citò così nelle sue memorie).
Lo zelo di Protas rasentava talvolta l’impertinenza, come quando chiese ai giornalisti di non usare profumi troppo forti che avrebbero potuto infastidire Martha. Ci furono processi sull’eredità dei diritti delle coreografie e del “marchio” Martha Graham, alcuni ancora aperti, ma la battaglia di Marvin Preston (direttore esecutivo del Graham Center di New York) fu provvidenziale per restituire autonomia e diritti alla compagnia rispetto al nome e al repertorio Graham. È per questo che oggi possiamo ancora vedere in scena l’opera della Graham.
Nel 1992, Yuriko, per decenni interprete iconica della Graham, dichiarò alla stampa internazionale a Siviglia che The Eyes of the Goddess era un canto di morte. Mi opposi: ciò che Martha aveva concepito, elaborato e raccontato nell’ultimo nostro incontro indicava semmai una ricerca di luce sullo sfondo di un’atmosfera rituale e luttuosa, un desiderio di speranza, di eternità possibile attraverso il nostro lavoro e la traccia che lasciamo. Lei intuiva già l’avvicinarsi di una lunga crisi drammatica, nella quale ancora oggi ci dibattiamo.
Il viaggio della dea era cupo, ma voleva essere umano. Il progetto era immenso e senza un esito chiaro. Allora io scrissi: “Il carro della vita ha deposto Martha dolcemente ai bordi della strada, e il gruppo di artisti che lei ha formato nel fisico e nella morale, nell’estetica e nell’etica, continua, deve continuare. La dea non c’è più, ma restano orme su cui camminare avanti”.
L’artrite reumatoide grave di cui soffriva fu l’argomento di uno dei nostri ultimi incontri. Ron Protas non voleva che si parlasse di malattia o di morte, come per esorcizzare qualsiasi presagio, nonostante le evidenti difficoltà respiratorie e il declino di Martha. Parlava con grande difficoltà, ma si percepiva che era presente, attenta, seguiva il discorso. E non so bene come o perché, emerse improvvisamente un altro tema: Narciso. E Martha disse lentamente: «È uno di quei temi che gli uomini (maschi) credono di avere in esclusiva, ma non è così. Non ho avuto il tempo di mettere una danzatrice davanti allo specchio, ma ci ho pensato molto».
Credo che lei fosse consapevole che quelle visite erano addii, e che si vedesse come la vedevamo anche noi: una visione, una divinità imbalsamata ancora viva, adornata secondo un rituale arcaico di venerazione e divinizzazione: complicata acconciatura di Alexander, abito Halston, gioielli di Isamu Noguchi, uno spesso strato di cipria biancastra e righe nere decise, come una maschera attica. Non si poteva volere di più. L’icona era pronta ogni volta per l’eternità. Quella fu l’ultima volta che presi tra le mie mani le sue, guantate in satin nero. Baciai il guanto, e fu come baciare la divinità stessa. Talvolta, la reverenza è già comunione.

Roger Salas

BALLET2000 n. 300, estate 2025

 

Nella foto: Martha Graham, 1961, ph. A.Newman

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