Articoli tratti da Ballet2000

Manuel Legris e Sylvia alla Scala

Sylvia è arrivata alla Scala, con Manuel Legris
Sylvia – cor. Manuel Legris da Louis Mérante, mus. Léo Delibes
Milano, Teatro alla Scala
Mito e tradizione classica, grandeur e leggenda del balletto francese. Sylvia nella versione coreografica di Manuel Legris (autore della coreografia oltre che della drammaturgia e del libretto scritti con Jean-François Vazelle) è felicemente approdato al Teatro alla Scala di Milano, in apertura di stagione, dopo la creazione a Vienna nel 2018 quando il teatro milanese figurava già al fianco della Wiener Staatsoper nella produzione.
Durante le prove dello spettacolo alla Scala, Legris ha stretto con la compagnia un rapporto armonioso, culminato nella nomina dell’ex danseur-étoile dell’Opéra di Parigi (lanciato da Nureyev e poi direttore del Balletto dell’Opera di Vienna fino a poco tempo fa) a nuovo direttore del Balletto della Scala.


Un esito che sembra trovare un’eco suggestiva nella storia stessa di Sylvia che accosta, fin dalla sua genesi, Italia e Francia in un gioco dialettico tra letteratura, musica e danza. Questo ballettone fiabesco, affollato da dei, semidei, ninfe-amazzoni, pastorelli e satiri dove trionfano valori universali ed eterni come amore e potere, attinge infatti al dramma pastorale Aminta di Torquato Tasso (1573): a portarlo sulla scena del balletto, all’Opéra di Parigi nel 1876, fu la coreografia di Louis Mérante (rampollo di una famiglia italiana di danzatori) sulla grandiosa partitura di Leo Délibes, e la prima interprete del balletto fu la milanese Rita Sangalli.
L’originale di Mérante fu poi rimaneggiato nel ‘900 da Léo Staats e Serge Lifar, da Violette Verdy e da Lycette Darsonval, in versioni che Legris ha potuto vedere da allievo della scuola di danza dell’Opéra di Parigi.
A Milano, il balletto ha riscosso, come meritava, grande successo: non è solo mito dal respiro contemporaneo, è soprattutto l’esempio più vivido di come sia possibile far danzare il passato senza ingessarlo in una filologia sterile quanto punitiva per il pubblico. Legris è difatti riuscito a innestare, con gusto, mestiere e buon ritmo registico, l’essenza della grandeur ottocentesca dell’originale di Mérante nel tessuto della tradizione russa rivitalizzata da Rudolf Nureyev in balletti fastosi come Raymonda e Bayadère, filoni di cui Legris è oggi l’erede più accreditato, come dimostra, appunto, questa sua Sylvia. Dei fasti parigini recupera lo smalto assemblando la drammaturgia con tagli, tempi e motivazioni moderne, e del repertorio Nureyev prende il meglio sciogliendo tortuosità coreografiche con perizia artigiana.
Ottimo il suo lavoro con la compagnia della Scala, che appare a proprio agio in un ballettone così familiare benché nuovo. Nel ruolo della protagonista, Martina Arduino ha dato prova di tecnica, luminosità, carattere, in coppia con il bravo Claudio Coviello. Con la classe e l’estro pittorico che la rendono inconfondibile, Luisa Spinatelli ha costruito sulla trinità di elementi acqua-fuoco-aria (suggeriti dalle atmosfere dei tre atti) il mondo mitologico di Sylvia: le scenografie sono dipinte a mano sul tulle in modo che, illuminate da dietro, creino incanto e lascino libero un cerchio, al centro del palco, senza ingombrare la danza, mentre i costumi, leggerissimi, rendono impalpabile il movimento.
Valeria Crippa

BALLET2000 n°284 - febbraio 2020