Articoli tratti da Ballet2000

Nove compagnie in scena

Tra chiusure e riaperture, annunci e rinvii, dal vivo o in video, quasi tutte le compagnie hanno continuato a lavorare – sul loro repertorio o in creazione – in questi mesi di crisi, restrizioni e distanziamenti. In queste pagine, i resoconti dei primi ritorni in scena di alcune tra le maggiori compagnie di balletto. Molte altre, nel resto della rivista


Parigi al proscenio dell'Opéra
Si è dovuto dar prova di una certa creatività quando alle nuove regole sanitarie si sono aggiunti i lavori di rifacimento del Palais Garnier (il vecchio teatro dell’opera a Parigi) e dell’Opéra Bastille (il teatro moderno), rendendo di fatto inutilizzabile i loro grandi palcoscenici. Considerando le difficoltà del momento, la direttrice della compagnia di balletto, Aurélie Dupont, ha scelto di aprire la stagione 2020/2021 sul proscenio dell’Opéra Garnier, adattato all’occorrenza. Dato lo spazio ristretto e visto che il contatto tra i danzatori doveva essere ridotto al minimo, è stato proposto, con due programmi in alternanza, un florilegio di assoli e duetti interpretati dalle étoiles e dai premiers danseurs della compagnia; ogni brano era accompagnato da musica dal vivo.
La prima riapertura si è così avuta il 5 ottobre scorso con questo “Étoiles de Paris”, senza però l’abituale Défilé della compagnia e della scuola, una tradizione istituita a suo tempo da Serge Lifar. Il programma si componeva di estratti di vari lavori che spaziavano da Michel Fokine, Hans van Manen e John Neumeier al contemporaneo (Alastair Marriott) passando per la modern dance (Martha Graham), pescati perlopiù dal repertorio della compagnia; c’era anche un’entrata in repertorio.
Si tratta di Clair de lune, un assolo del coreografo inglese Alastair Marriott danzato da Matthieu Ganio che interpreta languidamente questa versione maschile della Morte del cigno, qui su musica di Claude Debussy. Nel stesso programma ritroviamo poi la vera Morte del cigno, quella che Michel Fokine creò oltre un secolo fa per Anna Pavlova sulla musica di Camille Saint-Saëns e danzata qui da Sae Eun Park. La ballerina ne dà un’interpretazione molto personale: il suo cigno comunica un senso insolito di serenità al cospetto della morte. Di contro, la danzatrice mostra poi il suo temperamento da attrice tragica nel celebre assolo Lamentation di Martha Graham.
Si apprezza anche la bella tecnica di Hugo Marchand nell’estratto da Suite of Dances; il danzatore lo interpreta con quell’apparente disinvoltura che non sarebbe di certo dispiaciuta al suo coreografo, Jerome Robbins. Il passo a due d’amore della Dame aux camélias di John Neumeier (quello del secondo atto) è stato pure notato per l’energia gioviale e la sprezzatura degli interpreti, Laura Hecquet e ancora Mathieu Ganio.
Il secondo spettacolo di quest’apertura di stagione, il Gala Rudolf Nureyev, è un omaggio all’artista che ha diretto il Balletto dell’Opéra di Parigi tra il 1983 e il 1989, l’anno in cui è mancato. E ancora una volta altre étoiles e altri premiers danseurs interpretano gli estratti da balletti creati o rimontati da Nureyev. Il primo passo a due del suo Romeo e Giulietta (la scena del balcone), danzato da Myriam Ould Braham e Germain Louvet avrebbe potuto essere emozionante – Louvet ci prova quantomeno – ma la sua partner, troppo concentrata sulla sequenza dei passi che esegue in modo un po’ meccanico, sembra restare insensibile.
Invece, dopo una lunga assenza dovuta a un infortunio, Matthias Heymann ha danzato brillantemente e con bella energia l’assolo da Manfred.
Rivediamo Louvet nel passo a due della Bella addormentata, accanto a Léonore Baulac che, dopo la quarantena essendo risultata positiva al virus, ha potuto riprendere il ruolo di Aurora.
Ma la coppia più convincente di questa seconda serata era quella formata da Valentine Colasante, con i suoi equilibri perfetti, e dal carismatico Francesco Mura, due interpreti la cui velocità e precisione calzano bene al Don Chisciotte rivisitato da Nureyev.
Certe sere il programma è stato decurtato di alcuni brani, in seguito alla positività al virus di questo o quell’artista. Le disposizioni sanitarie sono state tuttavia molto rigide: per le lezioni così come per le prove, i danzatori sono stati divisi in sei gruppi di lavoro per diminuire al minimo i contatti.
L’insieme delle interpretazioni ha mostrato soprattutto un vivo entusiasmo da parte dei danzatori e il grande piacere di ritrovare finalmente la scena e il pubblico. Per comprendere le ragioni di questo slancio, va ricordato che tra gli scioperi che hanno paralizzato la compagnia di balletto (dicembre e gennaio 2020) e l’inizio del confinamento totale (marzo 2020), era andato in scena soltanto il “Programma Balanchine” e solo per qualche sera, prima che le luci della ribalta si spegnessero di nuovo.
Dopo l’annuncio del nuovo confinamento e la chiusura dei due teatri dell’Opéra di Parigi, lo spettacolo Chorégraphes contemporains, créer aujourd’hui (“Coreografi contemporanei, creare al giorno d’oggi”) che doveva cominciare il 4 novembre, è stato riprogrammato in dicembre. Comunque sia, le prove dei prossimi balletti in programma continuano, dato che si tratta del lavoro quotidiano dei danzatori, e quello è invece autorizzato. Così sono proseguite anche le prove della Bayadère. Si studiano comunque tutte le possibilità per mantenere gli spettacoli in programma, presentandoli in streaming o rinviandoli ad altre date.
Sonia Schoonejans


Teatro alla Scala
In questo tempo sospeso tra aperture e chiusure, il Balletto della Scala di Milano ha presentato, tra settembre e ottobre, un “Gala di stelle” che ha finalmente riportato, dopo i lunghi mesi del primo lockdown, la compagnia di nuovo sul palco del suo teatro.
Ovviamente, le condizioni in cui si sono tenute le serate sono state forzatamente dettate dalle norme di sicurezza, divenute prioritarie rispetto alle ragioni artistiche: l’orchestra è stata collocata sul fondo del palco, mentre i ballerini hanno danzato su un prolungamento del palcoscenico allestito sopra la buca d’orchestra, quindi al proscenio, davanti a spettatori in mascherina, disposti in platea, secondo file a scacchiera, e dunque distanziati. Quella che, apparentemente, sembrerebbe un’ordinaria cronaca teatrale ai tempi del Covid, anticipa però una breve considerazione sull’effetto, nella percezione dei presenti, dell’impatto di un appuntamento tanto atteso e desiderato sia dagli artisti, sia dagli spettatori, abituati a vivere la magia del teatro nella vitalità dell’energia sprigionata dalla condivisione fisica di un evento speciale, visto e applaudito (o eventualmente contestato) “in diretta” e “in presenza”, condizioni divenute, oggi, improvvisamente rare. Così, quello che, in tempi normali, sarebbe stato uno scintillante gala galvanizzato dalla presenza di quattro campioni del box-office internazionale – le stelle erano Roberto Bolle, Alessandra Ferri in coppia con Federico Bonelli e Svetlana Zakharova – si è rivelato, alla “prima”, una serata intrisa di quella malinconia, mista a frustrazione per le limitazioni, che è ormai appannaggio della vita di ognuno di noi.
Detto ciò, tutti hanno fatto quel che potevano e dovevano: il programma aveva spunti di interesse e di appeal, con titoli di sicuro richiamo, dalla Morte del Cigno interpretata da una Zakharova in stato di grazia, al bacio antigravitazionale di Le Parc di Preljocaj che ha visto vorticosamente avvinti la Ferri e Bonelli, fino al Boléro di Béjart danzato, ormai con sicurezza, da Bolle, sul tavolo rosso attorniato da una corolla maschile di ballerini.
La compagnia si è destreggiata, nello spazio a disposizione davanti all’orchestra, tra i virtuosismi del Corsaro di Holmes/Petipa/Sergheyev – il pas de trois del secondo atto con Martina Arduino, Marco Agostino e Mattia Semperboni –, il lirismo della Bella Addormentata di Nureyev - l’assolo del Principe del secondo atto con Claudio Coviello -, l’omaggio a Zizi Jeanmaire con Carmen di Roland Petit affidato alla coppia (di congiunti) di casa, Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko, il nuovo passo a due di Mauro Bigonzetti Do a Duet, con la coppia femminile (e distanziata) Antonella Albano e Maria Celeste Losa, non proprio entusiasmante. In ogni caso, “the show must go on”. Forse, chissà. Intanto Giselle, che era in programma per la fine di ottobre, è stata cancellata e rinviata, si spera, alla primavera 2021.
Valeria Crippa


The Royal Ballet, Londra
È un peccato che in ottobre, per il suo primo spettacolo dal vivo al Covent Garden dal mese di marzo, il Royal Ballet di Londra non abbia risuscitato un vecchio balletto della sua fondatrice, Ninette de Valois. The Prospect Before Us (or Pity the Poor Dancers) (“Quel che ci aspetta (o Compatite i poveri ballerini)”) che debuttò durante la guerra nel 1940, quando incombeva sul paese una catastrofe nazionale. Si trattava di un balletto comico il cui scopo era di tirare su il morale degli spettatori; visto il momento storico, il titolo non avrebbe potuto essere più azzeccato.
In molti paesi si sta facendo di tutto per riaprire i teatri e far tornare in scena le compagnie di danza, mentre il Covent Garden ha tirato per le lunghe nel rimborsare gli abbonati per la rimanente porzione della stagione 2019/20 e, in seguito, nel rimettere in piedi la stagione 2020/21. Comunque, dopo quasi sette mesi di chiusura e luci spente, il Royal Ballet ha finalmente ritrovato il suo palcoscenico.
Il direttore Kevin O’Hare ha creato un programma della durata di tre ore affinché ognuno dei suoi ballerini potesse apparire in scena. Bisogna dire che la compagnia è parsa in ottima forma malgrado la forzata assenza e mesi e mesi di classe nei soggiorni e nei corridoi di casa dei danzatori. A causa delle regole sul distanziamento sociale i danzatori sono stati divisi in ‘bubbles’ (letteralmente “bolle”, ovvero gruppetti di persone conviventi o che possono frequentarsi in maniera esclusiva – e quando, alla fine della serata, si sono trovati tutti insieme in palcoscenico per un’intera rappresentazione di Elite Syncopations, stravagante balletto a firma di Kenneth MacMillan, alcuni hanno danzato separatamente dagli altri.
Se vogliamo considerare questo spettacolo come un’affermazione della volontà del Royal Ballet di sopravvivere, nulla da eccepire; se invece lo vogliamo considerare come una dichiarazione d’intenti artistici da parte della direzione, allora ci sono delle perplessità. Perché inserire brani da due dei peggiori lavori creati per la compagnia in anni recenti, ossia il cupo e noioso Untouchable di Hofesh Shechter e il modesto Medusa di Sidi Larbi Cherkaoui? Va detto almeno che un assolo tratto da quest’ultimo è stato interpretato da Natalia Osipova la quale è riuscita a renderlo guardabile, ma è giusto che la ballerina sprechi le sue capacità eccezionali in una tale insulsaggine quando la compagnia possiede un repertorio di primordine a cui attingere?
Almeno Wayne McGregor è stato rappresentato non da uno di quei suoi balletti da incubo di un chiropratico, ma da un toccante brano tratto da Woolf Works che ha messo in mostra le notevoli doti di Edward Watson in una delle sue ultime esibizioni in scena prima di lasciare la danza pur continuando a lavorare per il Royal Ballet come “coach” (ripetitore dei ruoli principali). Nel passo a due del Don Chisciotte Marianela Nuñez e Vadim Muntagirov hanno offerto un’esibizione da fuoriclasse – pulita e impeccabile – ma non hanno alzato la temperatura di un solo grado; di questa coppia, e pure di parecchie altre, si può dire che hanno dimostrato una fredda eleganza, ma anche una mancanza di grinta, fornendoci esercizi di danza anziché uno spettacolo vivo.
Hanno fatto eccezione gli interpreti di due lavori di Ashton. Laura Morera nel ruolo di Titania in The Dream (“Il Sogno”) è stata una gioia; il suo danzare è una lezione di musicalità, cura ai dettagli e stile. E in quello che viene chiamato il pas de deux ‘Fanny Elssler’ ne La Fille mal gardée, Marcelino Sambé e Anna Rose O’Sullivan sono stati una coppia di innamorati solari, pieni di vita e carattere, facendo apparire facili tutte le difficoltà tecniche. Si è visto un nuovo lavoro che, dal punto di vista artistico, ha fatto centro: un travolgente passo a due tratto dalla coreografia di Kenneth MacMillan per il musical Carousel, l’ultimo suo lavoro prima della morte nel 1992. È stato interpretato con vivacità, carisma e estro da Matthew Ball con la promettente Mayara Magri; insieme formano una gran bella coppia.
Elite Syncopations è un lavoro per la compagnia in cui tutti insieme possono scatenarsi. Nel 1974 sia il pubblico che la critica ne furono scioccati, trovando difficile accettare i loro cigni e cavalieri in modalità festaiola. Ma quanto à divertente questo balletto! I ballerini del Royal Ballet odierno sono forti e talentuosi ma affinché Elite Syncopations funzioni è necessario che essi abbiano anche molta personalità; per la riuscita di questo balletto il direttore O’Hare ha schierato alcuni dei suoi ballerini più brillanti che gli hanno dato il giusto tono giocoso. Con una esibizione dopo l’altra di altissima qualità artistica, Yasmine Naghdi ci aveva già confermato quanto sia stata indovinata la sua promozione a principal; qui in versione regina della pista da ballo – sexy, sbarazzina – ha guidato l’ensemble roteando la sua bacchetta. Da parte sua, James Hay ha unito tecnica e interpretazione, com’è nella tradizione della compagnia di cui è uno dei ballerini più eleganti e intelligenti. Forse è arrivato il momento di costruire su programmi come questo per restituire il Royal Ballet al suo pubblico.
Gerald Dowler


Balletto dell’Opera di Roma
Già a pochi giorni dalla prima chiusura dei teatri – in marzo, durante le repliche– dall’Opera di Roma giungevano segnali di un incessante lavorìo (simile a quel trapestìo che si coglie del Corsaro, talvolta, dietro il sipario), e della volontà, malgrado tutto, di restare in attività.
Per la gravità della situazione italiana in quel momento, quel laborioso ostinarsi poteva apparire disperato e futile. Ma appena le cose han cominciato a migliorare, e nonostante l’annunciata cancellazione della stagione estiva alle Terme di Caracalla, tanti si son chiesti se davvero si potesse sperare, a breve, in una ripresa.
La risposta è arrivata con l’annuncio di una nuova stagione estiva “in sicurezza”, realizzata in spazi molto ampi. Sembrava una sfida impossibile. Nei mesi del confinamento i ballerini, dopo un primo spaesamento, pur costretti in casa, isolati, hanno continuato a lavorare su se stessi.
Infine – primi in Italia – il ritorno in scena. Nel nuovo spazio allestito al Circo Massimo, a due passi dai grandi laboratori di falegnameria e scenografia del teatro, davanti a una platea distribuita su spazi di un ampiezza siderale – poltrone isolate, solo qua e là accostate a coppie – il coreografo Giuliano Peparini ha proposto una sua creazione, un soggetto che aveva in mente da tempo, adattato alle nuove circostanze: Le quattro stagioni. Protagoniste quattro coppie, rappresentative ciascuna di una diversa stagione dell’amore. Le danze erano sostenute da una selezione musicale curata dallo stesso Peparini che comprendeva brani tratti dall’omonimo ciclo di concerti di Vivaldi, una Sonata di Scarlatti, alcune canzoni, intrecciate a brani poetici di Alda Merini, John Donne, Cesare Pavese, Vincenzo Cardarelli, Jacques Prévert (Les feuilles mortes, nella celebre versione cantata da Yves Montand). Scene semplici, dominate da un uso spregiudicato e interessante di luci e video. Costumi fantasiosi di Anna Biagiotti.
Colpiva subito la peculiarità della situazione che avvolgeva ballerini e pubblico, limitati dalle stesse stringenti regole. Cautamente ma profondamente coinvolgente. La serata è stata un successo: artisti e pubblico connessi in un evento veramente condiviso, nonostante la materiale distanza di tutti.
Nell’adattare la sua originaria idea di rappresentare le diverse fasi dell’amore, dai primi approcci (primavera), al divampare della passione (estate), allo spegnersi dello slancio amoroso (autunno) fino al congelarsi dei sentimenti (inverno), Peparini ha seguito un tracciato piuttosto sicuro e le quattro coppie di interpreti han gareggiato per esprimersi al meglio: Claudio Cocino esemplare nella padronanza della tecnica e del vocabolario classico, potente accanto alla minuta ed elegante Rebecca Bianchi. Splendida la coppia in rosso dominata dalla sensualità estroversa e brillante di Marianna Suriano, ben assecondata da Giacomo Castellana.
Un gioiello, la migliore in assoluto, l’interpretazione di Susanna Salvi, accanto a Michele Satriano: una coppia affiatata e una protagonista esemplare, tecnicamente salda e dotata di squisite qualità espressive. Anche la coppia in grigio – formata da due interpreti in sintonia come Sara Loro e Alessio Rezza – ha saputo prestare alla stagione più “ingrata” accenti umani ed empaticamente comprensibili.
Il linguaggio di Peparini, che spazia dal classico al ‘modern’, in questo caso ha retto bene la sfida, adottando non solo il necessario distanziamento ma guanti e mascherine. È mancata l’invenzione veramente innovativa: visti i limiti imposti dalle circostanze, ci si è limitati ad aggirare gli ostacoli, riuscendo comunque in un’impresa che ha galvanizzato il morale di tanti, spettatori e appassionati, rinforzando la coesione fra la compagnia di balletto e la direttrice Eleonora Abbagnato, scossa da alcune polemiche prima dell’estate.
Donatella Bertozzi


Compañía Nacional de Danza, Madrid
La compagnia nazionale spagnola di danza, che dall’anno scorso ha il suo nuovo direttore in Joaquín de Luz, sta cercando di risollevarsi da anni di oscurità e confusione di criteri artistici. Le misure contro la pandemìa non hanno certamente giovato, ma è riuscita a tornare in scena dal vivo in novembre, al Teatro Real di Madrid, con un programma composto da Apollo di George Balanchine (Stravinsky), Concerto DSCH di Alexei Ratmansky (musica Dimitri Shostakovich) e White Darkness di Nacho Duato, il coreografo spagnolo che è stato in passato direttore della CND.
Protagonista di Apollo era l’italiano Alessandro Riga, che ne dà un’interpretazione corretta ed energica, ma con alcune “stonature” nella musicalità e soprattutto senza quel completo dominio dello spazio e il rigore geometrico che il ruolo esige; si sente in lui una sorta di timidezza, nonostante il suo fisico armonico, che diminuisce un po’ quella maestà e controllo assoluto che ci aspettiamo dall’Apollo balanchiniano (e si potrebbe osservare che Riga, nato a Crotone, luogo mitico della Magna Grecia, dovrebbe pur conservare come eredità ancestrale qualcosa di quei luoghi…). Le sue tre Muse (Ana Calderón, Haruhi Otani e Giada Rossi) hanno svolto il loro còmpito con disciplina, ma senza uno splendore stilistico da notare. Alle fine della breve serie di spettacoli Apollo è stato danzato da Gonzalo García (del New York City Ballet), un ospite di lusso e di qualità.
Concerto DSCH di Ratmansky è un buon balletto, coerente, chiaro e con una certa forza scenica. È sovietico nelle sue radici, ma il coreografo russo ha preso qui l’astrattismo sinfonico dall’America dove ha lavorato, anche se al suo maestro a Mosca, Piotr Pestov, deve certamente la sua “etica di onestà nella costruzione coreografica”. È un lavoro di successo, che da anni è nel repertorio di cinque o sei grandi compagnie nel mondo, dal Balletto del Mariinsky a quello della Scala.
A Madrid lo hanno danzato ora tra gli altri lo stesso Joaquín de Luz e Gonzalo García, che furono gli interpreti della creazione a New York nel 2008.
Il pezzo finale, White Darkness di Nacho Duato, risente in modo evidente dei quasi vent’anni trascorsi dalla creazione e resta un’opera molto oscura in tutti i sensi; infatti il suo disegnatore luci è stato impietoso e ha lasciato vedere poco e male quel che succede in scena…
La compagnia spagnola ha presentato poi, ai primi di dicembre, una versione di Giselle firmata dal suo direttore Joaquín de Luz. Ecco dunque un titolo classico nel repertorio di questa compagnia che ne ha ben pochi (Don Chisciotte e Schiaccianoci, del precedente direttore José Carlos Martínez).
De Luz ha trasportato l’azione del balletto nell’Ottocento, nella regione dei vini di Spagna (Rioja e Soria), un’ambientazione molto caratteristica del Romanticismo spagnolo incarnato dal poeta Adolfo Bécquer che visse in quei luoghi. La musica originale di Adolphe Adam del 1841 è stata integrata in varie parti, come nel cosiddetto “Pas de deux dei Contadini” nel primo atto.
Protagonisti previsti, due “ospiti”, la russa María Kochetkova (attualmente principal del Balletto Nazionale Finlandese, dopo l’ABT e il San Francisco Ballet) e lo spagnolo Gonzalo García, da New York.
Da notare che questa Giselle vuole anche commemorare il centenario della nascita di María de Ávila, la più importante maestra di danza classica del secolo scorso in Spagna, a lungo direttrice di quelle che oggi sono la stessa Compañía Nacional e il Ballet Nacional di Spagna.
Roger Salas


Béjart Ballet Lausanne
L’aura del Béjart Ballet Lausanne, alimentata dal repertorio di Maurice Béjart più che dalle creazioni di Gil Roman, non gli risparmia gli inconvenienti con cui si scontrano tutte le altre compagnie. Le tournées sono state annullate o, nel migliore dei casi, rinviate a giorni migliori. I tempi sono duri. Perlomeno, però, Gil Roman ha fatto in tempo a presentare a Losanna la prima di uno spettacolo che ha concepito in stretta collaborazione con Richard Dubugnon.
Compositore svizzero di fama internazionale, Dubugnon ha lavorato con le orchestre più prestigiose, dalla New York Philharmonic a quella della Gewandhaus di Lispsia. Ma chi sa fare con molto, sa fare anche con poco. Per la sua prima collaborazione con la danza, ha scelto di rispolverare lo strumento dei suoi inizi: il contrabbasso. In Basso Continuum, lo suona lui stesso dal vivo in scena su un praticabile telecomandato in relazione con le evoluzioni dei danzatori. Risultato: una quarantina di minuti di movimenti singolari e scatenati, sapientemente combinati e magnificamente interpretati da otto danzatori molti energici.
Gil Roman mostra pienamente il suo gusto per l’ombra e il mistero. Un’affascinante “opera al nero” che fa serata con la luce delle sublimi Danses grecques di Béjart (musica di Hadjidakis), un puro capolavoro.
Invece di lasciarsi demoralizzare dalla progressiva cancellazione delle rappresentazioni (compresa la serata in omaggio a Pierre Henry che avrebbe dovuto tenersi a Losanna in novembre), il BBL utilizza al meglio la nuova attrezzatura della sua grande sala, dotata ormai di una gradinata. Il pubblico vi ha preso posto nel rispetto delle regole sanitarie. Questo “Piano B” permette a Gil Roman di presentare prove ed estratti di spettacoli per le scuole e le università. Un’iniziativa didattica che cerca di compensare, almeno in parte, confinamento e isolamento.
Altra iniziativa degna di nota, un «live streaming» destinato ai fans giapponesi, organizzato a metà novembre. Connettendosi su bejart.tv, il pubblico nipponico ha potuto seguire une ripresa di Tous les hommes presque toujours s’imaginent (musique John Zorn).
Mentre scriviamo queste righe, l’inverno del BBL resta confinato a Losanna. Ma alcune tournées si profilano all’orizzonte, a cominciare da Tokyo alla fine di aprile 2021. Due mesi dopo, i danzatori del BBLe del Tokyo Ballet si ritroveranno sulla grande pista di pattinaggio di Losanna per riprendere la monumentale IXe Symphonie di Béjart (…e Beethoven) che doveva essere danzata la scorsa primavera.
Jean Pierre Pastori

Balletto dell’Opéra di Nizza

Una tra le prime compagnie francesi importanti a riprendere l’attività in scena è stata il Ballet Nice Méditerranée (è il nome della compagnia dell’Opera di Nizza) diretto da Éric Vu An, uno dei più noti danzatori francesi della sua generazione, che dal 2009 guida con successo una delle ormai poche compagnie francesi di base classica. Dopo alcuni spettacoli all’aperto, nella tarda estate, il balletto è tornato in ottobre nel suo bel teatro, costruito nel 1885 dall’architetto François Aune (nato nella Nizza italiana ma poi allievo in Francia di Gustave Eiffel ed apprezzato da Charles Garnier, l’edificatore dell’Opéra di Parigi).
Il trittico del rientro si apriva con Cantate 51, un pezzo di un Béjart giovane, sorprendentemente accademico, costruito con ariosa solennità sulla musica di Bach. Nel ruolo centrale, creato nel 1966 per Paolo Bortoluzzi, danzava qui Théodore Nelson.
Alba Cazorla e Alessio Passaquindici davano un senso al duo Belong del coreografo Norbert Vesak, e tutta la compagnia, con al centro Veronica Colombo, Elio Clavel e Luis Valle, concludeva la serata nel brillante – con un nonsoche di sulfureo – Ballet de Faust (Gounod) coreografato da Eric Vu An.
Mentre scriviamo, resta annunciata la ripresa di Don Chisciotte nella versione coreografica di Vu An, alla fine dell’anno.
A.A.


Balletto all’Opera di Vienna
Dopo l’inaugurazione della stagione 2020/2021, all’inizio di settembre, con Peter Pan, un balletto del repertorio, la compagnia della Wiener Staatsoper (l’Opera di Stato di Vienna) ha avuto il tempo di presentare due spettacoli prima del confinamento generale del Paese.
Durante i mesi di settembre e di ottobre, dunque, abbiamo potuto ammirare (sulla scena della Volksoper, però), in alternanza con il trittico Jewels di Georges Balanchine, anch’esso già in repertorio, un programma dedicato all’Olanda, Hollands Meister, composto di tre lavori di tre coreografi che hanno lavorato principalmente in questo Paese: Skew-Whiff del duo Sol León e Paul Lightfoot, vivace, leggero e pieno di umorismo come la musica di Rossini che lo accompagna; Beethoven Adagio Hammerklavier di Hans van Manen, di una precisione stilistica che fa pensare a una scultura di Brancusi; e la possente Sinfonia dei salmi di Jirí Kylián che magnifica con la spiritualità della coreografia quella della musica di Stravinsky. La compagnia ha mostrato, con questi tre momenti coreografici di fattura diversa, la sua versatilità e il suo livello eccellente. Dunque pare proprio che gli anni sotto la direzione di Manuel Legris (novello direttore del Balletto della Scala di Milano), abbiano dato i loro frutti.
Martin Schläpfer, il nuovo direttore del Balletto della Wiener Staatsoper, eredita così una compagnia capace di affrontare stili e mondi artistici molto diversi. Quantomeno è ciò che sembra voler sottolineare questa prima stagione di Schläpfer, alla testa della compagnia viennese.
Nella sua conferenza stampa, il coreografo svizzero ha dichiarato di voler coltivare la grande tradizione del balletto classico ma dando spazio anche a creazioni contemporanee. Accanto ai balletti Coppélia e La Fille mal gardée in gennaio, poi Giselle in marzo 2021, troviamo i nomi di Paul Taylor, Mark Morris e ancora Alexei Ratmansky, che entrano per la prima volta nel repertorio della compagnia. La stagione doveva proseguire con Mahler, live, una creazione di Schläpfer, la cui prima era prevista in novembre; è stata posticipata in dicembre.
Gli spettacoli non possono aver luogo davanti al pubblico; invece, prove e lezioni continuano: il lavoro quotidiano non è vietato.
Sonia Schoonejans


Balletto di Stoccarda
Si può dire che lo Stuttgart Ballet sia la più importante compagnia in Germania, per un prestigio che gli viene non tanto dalla storia antica quanto dal lavoro creativo del coreografo inglese John Cranko dal 1961 fino alla morte prematura nel 1973. Le sue opere sono tuttora il cuore del repertorio coreografico della compagnia di Stoccarda, arricchito da creazioni continue dei maggiori coreografi moderni, talvolta ‘scoperti’ proprio qui. La qualità, la multinazionalità, la dedizione e l’orgoglio di appartenenza dei suoi danzatori sono diventati una leggenda viva del balletto del nostro tempo.
Le misure anti-pandemia, forse più miti in Germania che altrove, non hanno tuttavia risparmiato nemmeno la compagnia di Stoccarda e il suo pubblico. Tralasciamo qui l’elenco di spettacoli – nella sempre fitta programmazione – che sono stati cancellati dal marzo scorso ad oggi, e confortiamoci (momentaneamente) osservando la vivace ripresa di attività in scena, dalla metà di ottobre e in novembre, con due serie di “Serate di brani del repertorio” (Mixed Repertory Evenings) intitolate Response I e Response II, composte da brevi pezzi per pochi danzatori, estratti da coreografie di Fokine, John Cranko, Kenneth MacMillan, Hans Van Manen o Marcia Haydée ma soprattutto – seguendo la vocazione creativa di Stoccarda – di giovani nuovi autori che si chiamano Louis Stiens, Alessandro Giaquinto, Aurora de Mori, Roman Novitzky, Fabio Adorisio, Vittoria Girelli, Agnes Su, Shaker Heller.
Per diverse serate fino al 31 dicembre era annunciato uno spettacolo intitolato “Angels and Demons” con Falling Angels e Petite Mort di Jíri Kylián, Le Jeune homme et la Mort di Roland Petit e Boléro di Maurice Béjart. Poi, dalla metà di gennaio, la ripresa del programma Response I e in seguito il “revival” di Kameliendame (La Signora delle camelie) di John Neumeier, che creò proprio a Stoccarda, nel lontano 1978, questo suo balletto destinato a un grande successo.
A.A.

BALLET2000 n° 285 - dicembre 2020